Noi, gli sconfitti, di A. Foody e C.L. Herman


Comincio la recensione dopo una maratona di lettura di poco meno di 8 ore filate che mi ha portato da un quarto del romanzo diretta al finale.
È superfluo, dunque, dire quanto questa storia mi abbia coinvolta , confermando tutte le impressioni di Noi, gli sconfitti: tridimensionali i personaggi, avvincente la storia, interessanti, soprattutto, le relazioni che si sviluppano.
E in questo secondo romanzo, in effetti, le relazioni sono protagoniste più che mai, con sviluppi più o meno inattesi ma sicuramente originali, bene approfonditi e altrettanto ben narrati.

La storia è quella già introdotta nel primo libro: i campioni del torneo di Ilvernath cercano, chi più chi meno, di spezzare la secolare maledizione che affligge la città e le loro famiglie e, soprattutto, di sopravvivere.
Il ritorno di Hendri Lowe ha scombinato tutte le carte, si creano nuove alleanze, quelle vecchie vacillano e nuovi nemici si profilano all'orizzonte.

I personaggi si approfondiscono ulteriormente, Alistair continua a camminare sul filo di lama della sua vita da mostro, con questo insaziabile bisogno d'amore che lo divora dentro e che lo rende il personaggio più umano della storia. Una volta tanto il bello e dannato , ruolo che di solito sopporto poco, è anche il mio preferito. Adoro il modo in cui la sua goffaggine rischia più volte di ucciderlo, adoro la crudeltà che manifesta talvolta e che pure gli costa fatica e, naturalmente, adoro il legame con il fratello, che mi ha fatto versare più di una lacrima.
Isobel, dopo l'incredibile e inatteso exploit finale del primo libro, ha incredibilmente ancora qualcosa da dire e rischia di essere davvero la cinica e fredda della storia. Il che per un personaggio femminile è sorprendente.
Ciononostante, rimane lontana dai cliché e dimostra una personalità tutta sua, controversa e interessante, per tutte le pagine del romanzo 
Gavin ha decisamente il suo perché, e fa una bella evoluzione, forse lievemente scontata ma non per questo meno gradita, riservando anche qualche sorpresa qua e là. 
Di Briony si potrebbe anche fare a meno, ma tutte le storie hanno bisogno di un'eroina, e quindi va perdonata (e comunque lei e Finley insieme hanno decisamente senso, persino per me). 
Di Finley l'unico vero peccato è che non sia uno dei narratori e che quindi rimanga un po' troppo superficiale. Comunque niente da dire. Il coro delle quattro voci narranti funziona alla grande, e i tre personaggi di contorno - Reid, Hendri e Finley - completano bene in quadro.

Ci sono tanti momenti commoventi, e parecchia suspance che spinge a proseguire da una pagina all'altra.

Il finale ha  qualcosa di scontato, e lascia - va detto - un po' d'amaro in bocca.
Ma forse è solo perché finisce un gran bel romanzo. Alastair, Gavin, Isobel &co mi mancheranno parecchio, e sono sicura che penserò a loro ancora per un po'.
Holden Caufield diceva che un bel libro è quello che, alla sua fine, ti lascia addosso la voglia di prendere il telefono e chiamarne lo scrittore o la scrittrice. È vero. Ma un gran bel libro è quello che, alla sua fine, ti lascia addosso la voglia di prendere il telefono e chiamarne i personaggi.


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