Fratellino, di I. Balde


Leggere Fratellino è un pugno nello stomaco.

Balde racconta la sua vita con lucidità e massimo disincanto, con una consapevolezza che, più che essere quella a posteriori, di un uomo sopravvissuto, è quella di un ragazzo che sta morendo, e muore ogni giorno di più.

Seguiamo Ibrahima nel viaggio della sua esistenza, prima con suo padre, poi da solo per cercare fortuna, infine alla disperata ricerca del fratellino perduto, su cui sente, inevitabile e pesante come una pietra, la responsabilità del capofamiglia.

Dormiamo con lui sul cemento, coperti solo da un cartone, reggiamo pietre nelle mani e restiamo in ginocchio immobili, per evitare altre botte, fuggiamo disperati per cercare un'ultima speranza, percorriamo il deserto a piedi per chilometri e chilometri, fino a quando la sete è tutto ciò che rimane.

La disperazione di Ibrahima, la sua paura, il suo coraggio senza retorica e la forza terribile che lo spinge ad andare avanti, nonostante tutto, li sentiamo dentro di noi, fino alla pazzia che lo attanaglia.

Fino all'ultimo ci diciamo che ci sarà un lieto fine, perché lui è vivo, e racconta la storia, ma ad ogni riga il lieto fine si fa un più lontano.

Pur sapendo che è una storia vera fatichiamo a crederci, perché la realtà supera l'immaginazione e perché no, questo non è possibile.

Io, per esempio, lo sapevo già come stavano le cose, senza frottole, senza sconti, senza buonismi, ma Fratellino è un passo oltre.

Ed è tutto quello che vedrò, da adesso in poi, ogni volta che penserò a ognuno di quelli che sopravvivono al Mediterraneo.

Che i morti, alla fine, sembrano trovare una pace più clemente di ciò che rimane nella testa dei vivi.

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